LA SINDROME DELLA CAPANNA

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GLI EFFETTI DELLA QUARANTENA

Da poco più di un mese siamo approdati alla, tanto attesa, “fase 2”: negozi, bar, ristoranti sono aperti. Stiamo gradualmente ri-partendo. I più fortunati torneranno a lavoro senza intoppi ma con le dovute precauzioni; gli altri, la maggior parte, quelli che un lavoro l’hanno tenuto o mantenuto a fatica, si trovano a vivere ora la fase più delicata e, se vogliamo, anche più faticosa.

Bisogna riprendere in mano le redini, immergersi di nuovo nel tran tran quotidiano, nelle file, nel traffico, in tutto quello che fino a pochi mesi fa ci sembrava la normalità. Si, sembrava. Bizzarro parlare di normalità; questo termine nella nostra mente ha subìto negli ultimi tempi una miriade di correzioni. Quello che “ci sembrava normale” di colpo non lo è stato più; e quello che ora sembrerebbe “normale” e da accogliere con entusiasmo, come tornare a lavoro e “in azione” in generale, può non sembrarci poi così tanto semplice o piacevole.

La verità è che con la fine della quarantena stiamo assistendo gradualmente ad un fenomeno molto complesso a cui gli esperti hanno tentato di dare un nome: La sindrome della capanna.

Ma di cosa si tratta? Perché questo nome?

La definizione completa è quella di Sindrome della capanna o del prigioniero (Cabin Fever in inglese). Cerchiamo di capirne di più: si tratta di un fenomeno emotivo complesso che può manifestarsi in seguito a lunghi periodi di distacco dalla realtà, dalle abitudini quotidiane.

Una forma di malessere, detta in altri termini, che sembra interessare un gran numero di persone in questo delicato momento storico di ripresa dopo un lungo lockdown (ci riferiamo, seguendo la Società Italiana di Psichiatria a circa un milione di italiani).

Il sentimento di malessere provato può manifestarsi sottoforma di smarrimento e inquietudine con desiderio di rimanere ancora al riparo nel proprio rifugio o “capanna” e con una forte paura di uscire . Da qui il nome; il riferimento presumibilmente è al periodo storico degli inizi del 1900, epoca della corsa all’oro negli Stati Uniti quando i ricercatori trascorrevano lunghi periodi di isolamento dalla civiltà e vivevano condizioni di disagio, sentimenti di paura, sfiducia nel prossimo, ansia e stress all’idea di “ritornare alle proprie vite”.

Non esiste a tal proposito un definito inquadramento diagnostico, o almeno non ancora ma il quadro a cui facciamo riferimento sembra essere una reazione, più che legittima considerando quanto sta accadendo nel mondo, ad un forte stress e alla limitazione della nostra libertà.

I sintomi più comuni possono essere:

  • Irritabilità;
  • Tristezza;
  • Paura di ammalarsi e paura per il futuro;
  • Angoscia all’idea di riprendere le attività che un tempo erano quotidiane;
  • Stato di letargia o mancanza di interesse generalizzato;
  • Difficoltà di concentrazione e/o memoria;
  • Demotivazione e apatia

L’insorgenza di tali sintomi trova assoluta coerenza se pensiamo che negli gli ultimi 2/3 mesi le nostre case hanno rappresentato per noi dei luoghi sicuri, confortevoli, al riparo da contagi.
Di conseguenza la routine degli ultimi tempi, che a fatica abbiamo creato e a cui a fatica sicuramente abbiamo dovuto abituarci, ha contribuito a quel senso di protezione e tutela per noi e per i nostri cari, vitale per affrontare il forte disagio. Le mura delle nostre case ci hanno restituito di giorno in giorno quella tranquillità che al di fuori, ad un tratto, è mancata.

Queste paure possono essere totalmente invalidanti se consideriamo che il virus non è stato del tutto vinto e che malgrado le accortezze fuori, lì fuori, corriamo ancora il rischio di ammalarci. Dunque uscire e tornare a “vivere” può diventare molto difficile.

Cosa possiamo fare? Come superare la sindrome della capanna?

L’insieme dei sintomi negativi tendenzialmente dovrebbe sparire e/o attenuarsi nel tempo o comunque in seguito ad un nuovo adattamento alla quotidianità. La “paura di uscire da casa” in individui predisposti può aumentare il rischio di sviluppare psicopatologie e disturbi dell’adattamento.
Si tratta di un fenomeno che malgrado la sua probabile transitorietà non va sottovalutato, se le ansie, la frustrazione, l’irritabilità e l’angoscia persistono per un periodo di tempo superiore alle tre settimane è opportuno rivolgersi ad uno specialista.

Il team di PsicoanalisiPop può aiutarti. Compila il form che trovi nella sezione contatti e presto verrai ricontattato da uno dei nostri psicoterapeuti per prendere un appuntamento.

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